G. Falcone, P. Borsellino, A. Caponnetto

BORSELLINO: 20 ANNI FA LA STRAGE DI VIA D'AMELIO / SPECIALEGiovanni Falcone, Paolo Borsellino, Antonino Caponnetto

Tre Eroi da non Dimenticare

UNA PREGHIERA LAICA MA FERVENTE
di Antonino CAPONNETTO*
Queste sono le parole di un vecchio ex magistrato che e’ venuto nello spazio di due mesi due volte a Palermo con il cuore a pezzi a portare l’ultimo saluto ai suoi figli, fratelli e amici con i quali ho diviso anni di lavoro di sacrificio di gioia, anche di amarezza. Soltanto poche parole per un ricordo, per un doveroso atto di contrizione che poi vi diro’ e per una preghiera laica ma fervente.
Il ricordo e’ per l’amico Paolo, per la sua generosita’, per la sua umanita’, per il coraggio con cui ha affrontato la vita e con cui e’ andato incontro alla morte annunciata, per la sua radicata fede cattolica, per il suo amore immenso portato alla famiglia e agli amici tutti. Era un dono naturale che Paolo aveva, di spargere attorno a se’ amore. Mi ricordo ancora il suo appassionato e incessante lavoro, divenuto frenetico negli ultimi tempi, quasi che egli sentisse incombere la fine. Ognuno di noi e non solo lo Stato gli e’ debitore; ad ognuno di noi egli ha donato qualcosa di prezioso e di raro che tutti conserveremo in fondo al cuore, e a me in particolare mancheranno terribilmente quelle sue telefonate che invariabilmente concludeva con le parole: “Ti voglio bene Antonio” ed io replicavo “Anche io ti voglio bene Paolo”.
C’e’ un altro peso che ancora mi opprime ed e’ il rimorso per quell’attimo di sconforto e di debolezza da cui sono stato colto dopo avere posato l’ultimo bacio sul viso ormai gelido, ma ancora sereno, di Paolo. Nessuno di noi, e io meno di chiunque altro, puo’ dire che ormai tutto e’ finito.
Pensavo in quel momento di desistere dalla lotta contro la delinquenza mafiosa, mi sembrava che con la morte dell’amico fraterno tutto fosse finito. Ma in un momento simile, in un momento come questo coltivare un pensiero del genere, e me ne sono subito convinto, equivale a tradire la memoria di Paolo come pure quella di Giovanni e di Francesca.
In questi pochi giorni di dolore trascorsi a Palermo che io vi confesso non vorrei lasciare piu’, ho sentito in gran parte della popolazione la voglia di liberarsi da questa barbara e sanguinosa oppressione che ne cancella i diritti piu’ elementari e ne vanifica la speranza di rinascita. E da qui nasce la mia preghiera dicevo laica ma fervente e la rivolgo a te, presidente, che da tanto tempo mi onori della tua amicizia, che e’ stata sempre ricambiata con ammirazione infinita. La gente di Palermo e dell’intera Sicilia, ti ama presidente, ti rispetta, e soprattutto ha fiducia nella tua saggezza e nella tua fermezza. Paolo e’ morto servendo lo Stato in cui credeva cosi’ come prima di lui Giovanni e Francesca. Ma ora questo stesso Stato che essi hanno servito fino al sacrificio, deve dimostrare di essere veramente presente in tutte le sue articolazioni, sia con la sua forza sia con i suoi servizi. E’ giunto il tempo, mi sembra, delle grandi decisioni e delle scelte di fondo, non e’ piu’ l’ora delle collusioni degli attendismi dei compromessi e delle furberie, e dovranno essere, presidente, dovranno essere uomini credibili, onesti, dai politici ai magistrati, a gestire con le tue illuminate direttive questa fase necessaria di rinascita morale: e’ questo a mio avviso il primo e fondamentale problema preliminare ad una vera e decisa lotta alla barbarie mafiosa. Io ho apprezzato le tue parole, noi tutti le abbiamo apprezzate, le tue parole molto ferme al Csm dove hai parlato di una nuova rinascita che e’ quella che noi tutti aspettiamo, e laddove anche con la fermezza che ti conosco hai giustamente condannato, censurato, quegli errori che hanno condotto martedi’ pomeriggio a disordini che altrimenti non sarebbero accaduti perche’ nessuno voleva che accadessero.
Solo cosi’ attraverso questa rigenerazione collettiva, questa rinascita morale, non resteranno inutili i sacrifici di Giovanni, di Francesca, di Paolo e di otto agenti di servizio. Anche a quegli agenti che hanno seguito i loro protetti fino alla morte va il nostro pensiero, la nostra riconoscenza, il nostro tributo di ammirazione. Tra i tanti fiori che ho visto in questi giorni lasciati da persone che spesso non firmavano nemmeno il biglietto come e’ stato in questo caso, ho visto un bellissimo lilium, splendido fiore il lilium, e sotto c’erano queste poche parole senza firma: “Un solo grande fiore per un solo grande uomo solo”. Mi ha colpito, presidente, questa frase che mi e’ rimasta nel cuore e credo che mi rimarra’ per sempre.
Ma io vorrei dire a questo grande uomo, diletto amico, che non e’ solo, che accanto a lui batte il cuore di tutta Palermo, batte il cuore dei familiari, degli amici, di tutta la Nazione. Caro Paolo, la lotta che hai sostenuto fino al sacrificio dovra’ diventare e diventera’ la lotta di ciascuno di noi, questa e’ una promessa che ti faccio solenne come un giuramento.
* La “preghiera laica ma fervente” fu pronunciata da Antonino Caponnetto ai funerali di Paolo Borsellino il 24 luglio 1992 a Palermo, presente il Presidente della Repubblica Scalfaro (da: VOCI E VOLTI DELLA NONVIOLENZA. Supplemento settimanale del martedi’ de “La nonviolenza e’ in cammino” Numero 24 del 30 maggio 2006).

• > GIOVANNI FALCONE, PAOLO BORSELLINO, ANTONINO CAPONNETTO. — Stato e mafia. Gli ultimi giorni di Paolo Borsellino (di Roberto Scarpinato)
21 gennaio 2014, di Federico La Sala
Stato e mafia
Gli ultimi giorni di Paolo Borsellino
di Roberto Scarpinato (il Fatto, 21.01.2014)
 Pubblichiamo l’intervento di Roberto Scarpinato in occasione dell’anniversario del compleanno di Paolo Borsellino
Quel che non cessa di interrogarmi della vicenda di Paolo è la rassegnazione impotente all’ineluttabile che lo pervase nell’ultimo mese di vita. È come se a un certo punto si fosse reso conto – lui che era stato un indomito combattente per tutta la vita – che nulla e nessuno avrebbe potuto salvarlo. Il senso di questa solitudine impotente emerge da vari indizi.
Ad esempio l’avere sentito la necessità di confessarsi pochi giorni prima del 19 luglio 1992, non in Chiesa, ma nel Palazzo di Giustizia di Palermo, luogo certo inusuale per una confessione. Qui infatti convocò un sacerdote suo amico per confessarsi, compiendo un gesto di grande valenza simbolica che va, io credo, interpretato.
In quel luogo egli aveva vissuto insieme a Giovanni Falcone quella che il 23 giugno 1992, nel suo ultimo discorso pubblico prima della morte, aveva definito una “lotta d’amore” per liberare Palermo dal sistema di potere mafioso, modo straordinario di Paolo di qualificare il senso del proprio impegno antimafia e che dice tanto della sua umanità. In quello stesso luogo, sentendo che la sua lotta d’amore stava volgendo al termine per forze superiori, con quella confessione si apprestava a entrare nella morte vivendo, a occhi aperti, come un martire cristiano che sta per entrare nell’arena dove sa che sarà divorato da bestie feroci sotto lo sguardo di un paese che quasi attendeva la sua fine, come quella di una vittima sacrificale predestinata; sotto lo sguardo impotente di uno Stato che lo aveva consegnato alla sua solitudine e che neppure si era curato di imporre una zona rimozione sotto la casa dell’abitazione materna dove Paolo aveva l’abitudine di recarsi, per rendere almeno più difficile lo sporco lavoro degli assassini.
Altro segnale della rassegnata impotenza di Paolo è la frase che egli nella intimità degli affetti affidò alla memoria della moglie Agnese, e ora consacrata negli atti processuali: “Mi ucciderà la mafia, ma saranno altri che mi faranno uccidere”.
Chi erano questi altri che volevano la sua morte e che Paolo, mente lucidissima, aveva ritenuto di poter individuare e che riteneva talmente potenti da non aver scampo dinanzi ad essi? Forse le tracce per dare un volto a costoro erano in quell’agenda rossa che era divenuta per Paolo una sorta di promemoria sull’indicibile. Quell’indicibile che lui aveva intravisto e che lo aveva lasciato sgomento.
QUELLO stesso sgomento che aveva segnato Giovanni Falcone quando dopo l’attentato all’Addaura nel 1989, aveva compreso che le forze che volevano la sua morte andavano ben al di là degli uomini della mafia, semplici esecutori di disegni di menti raffinatissime, come egli le definì.
E fu allora che Giovanni coniò l’espressione “gioco grande” per alludere al gioco grande del potere che, come un gorgo malefico, ha inghiottito nelle sue spire le vite di tanti.
Un gioco grande che ha attraversato come un vento impetuoso la storia martoriata di questo nostro povero paese sin dalla fondazione della Repubblica il cui atto di nascita è segnato da una strage di mafia – quella di Portella della Ginestra la cui matrice politica è ormai acclarata – e che ha visto concludere la fase terminale della prima Repubblica con le convulsioni dello stragismo del 1992-1993.
E tra l’inizio e la fine è una catena ininterrotta di altre stragi e di omicidi politici che non ha eguali nella storia di alcun altro paese europeo.
Nell’agosto del 2012 mi recai a fare visita ad Agnese Borsellino già gravemente segnata dalla malattia che l’avrebbe condotta a morte nell’anno successivo. A un certo punto mi disse: “Non so se sia stato peggio quello che abbiamo vissuto prima della strage, quando ogni giorno temevamo che Paolo potesse essere ucciso, o quello che siamo stati costretti a vivere dopo”.
E nel dire quel “dopo” i suoi occhi si riempirono di lacrime e la sua mano cominciò ad agitarsi nell’aria come ad alludere a una verità indicibile di cui era stata costretta a rendersi conto, forse quella stessa verità che aveva lasciato sgomento e rassegnato Paolo.
Credo che per rendere onore a Paolo, per strapparlo almeno nella memoria alla terribile solitudine che lo pervase negli ultimi giorni di vita, occorre che in giorni come questi, non solo nelle commemorazioni private, ma anche in quelle ufficiali, cominciamo a dire a noi stessi che egli non è stato solo vittima di personaggi come Riina e i suoi sodali, ma anche della storia malata di un paese democraticamente immaturo che non ha mai saputo fare i conti con il proprio passato, non ha mai avuto la forza di guardare dentro la propria realtà, e che per questo motivo ha lasciato morire nella solitudine alcuni dei suoi figli migliori, rischiando così di far morire insieme a loro anche la parte migliore di sé.

• > GIOVANNI FALCONE, PAOLO BORSELLINO, ANTONINO CAPONNETTO. UN URLO PER L’ITALIA E PER LA COSTITUZIONE —- COSTRUIRE UNA NUOVA ITALIA. UNA LETTERA AI GIOVANI (di Agnese Borsellino)
20 luglio 2012, di Federico La Sala
La vedova Borsellino,
una lettera ai giovani
di AGNESE BORSELLINO (La Stampa, 20/7/2012)
Carissimi giovani, mi rivolgo a voi come ai soli in grado di raccogliere davvero il messaggio che mio marito ha lasciato, un’eredità che oggi, malgrado le terribili verità che stanno mano a mano affiorando sulla morte di mio marito, hanno raccolto i miei tre figli, di cui non posso che andare orgogliosa soprattutto perché servono quello stesso Stato che non pare avere avuto la sola colpa di non avere fatto tutto quanto era in suo potere per impedire la morte del padre.
Leggendo con i miei figli (qui in ospedale dove purtroppo affronto una malattia incurabile con la dignità che la moglie di un grande uomo deve sempre avere) le notizie che si susseguono sui giornali, dopo alcuni momenti di sconforto ho continuato e continuerò a credere e rispettare le istituzioni di questo Paese, perché mi rendo conto che abbiamo il dovere di rispettarle e servirle come mio marito sino all’ultimo ci ha insegnato, non indietreggiando nemmeno un passo di fronte anche al solo sospetto di essere stato tradito da chi invece avrebbe dovuto fare quadrato attorno a lui.
Io e i miei figli non ci sentiamo persone speciali, non lo saremo mai, piuttosto siamo piccolissimi dinanzi la figura di un uomo che non è voluto sfuggire alla sua condanna a morte, che ha donato davvero consapevolmente il dono più grande che Dio ci ha dato, la vita. Io non perdo la speranza in una società più giusta ed onesta, sono anzi convinta che sarete capaci di rinnovare l’attuale classe dirigente e costruire una nuova Italia.
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La vedova Borsellino
“Abbiamo il dovere di servire lo Stato”
Rispetto per le istituzioni, speranza nella verità, fiducia nel futuro. Mentre infuria lo scontro istituzionale tra la procura di Palermo e il Quirinale sull’uso delle intercettazioni sulla trattativa Stato-mafia, mentre due fratelli di Paolo Borsellino – il leader delle «Agende rosse» Salvatore e l’europarlamentare Rita – scendono in campo contro il Colle, la vedova del giudice, Agnese, e i suoi tre figli affidano a una lettera il ricordo dell’uomo ucciso vent’anni fa in via D’Amelio e diventato icona dell’antimafia.
Lontani dalle polemiche dirette, ma decisi a dire la loro su quello Stato in cui continuano a credere seppure «non abbia fatto tutto quello che era in suo potere per impedire la morte» del magistrato. Seppure la mancata protezione non sembri la sua «sola colpa». Seppure Manfredi abbia di recente bollato come un processo-farsa quello che a Caltanissetta portò a sette ergastoli in seguito a un colossale depistaggio e abbia accusato il responsabile delle indagini, Arnaldo La Barbera, di essere «uno che aveva molta fretta di fare carriera». Nonostante tutto questo, la famiglia sceglie di ribadire fiducia nelle istituzioni perché «abbiamo il dovere di rispettarle e servirle come mio marito sino all’ultimo ci ha insegnato», dice la vedova nella lettera.
È lei a firmare venti righe rivolte ai giovani, dettate dal letto dell’ospedale dove – scrive – «affronto una malattia incurabile con la dignità che la moglie di un grande uomo deve sempre avere». Righe partorite insieme con i figli, tra le flebo e il via vai dei dottori: un ricovero che non le ha consentito, come già era successo per l’anniversario di Capaci, di partecipare alle commemorazioni del marito. Righe composte e serene che suonano come un controcanto nel giorno della memoria diventato terreno di scontro.
A portare pubblicamente il testimone del ricordo è stato Manfredi, oggi commissario di polizia a Cefalù: mercoledì sera, alla chiesa di San Domenico, insieme con gli scout, a ridare voce al celebre discorso che il padre tenne il 23 giugno del 1992, per il trigesimo di Falcone. Ieri mattina alla caserma Lungaro, insieme con i familiari degli agenti della scorta caduti con il padre: Agostino Catalano, Eddie Cosina, Fabio Li Muli, Emanuela Loi, Claudio Traina, tutti giovani. Poi a Palazzo di giustizia, con il figlioletto Paolo – quattro anni e mezzo – aggrappato ai suoi pantaloni, ad ascoltare le parole di Diego Cavaliero, uno dei giudici ragazzini che Paolo formò alla procura di Marsala, e poi di don Cesare Rattoballi, il prete al quale il giudice affidò i pensieri più intimi sulla ineluttabilità della morte alla quale andava incontro. «Non indietreggiando nemmeno un passo di fronte anche al solo sospetto di essere stato tradito da chi invece avrebbe dovuto fare quadrato attorno a lui», scrive adesso la moglie, in memoria di un marito amatissimo «che non è voluto sfuggire alla sua condanna a morte, che ha donato davvero consapevolmente il dono più grande che Dio ci ha dato, la vita».
E non perché avesse la vocazione al martirio, non perché volesse lasciare tre figli orfani ma perché – ha chiarito poche settimane fa il figlio – «non toccava a lui pensare alla sua sicurezza personale, perché c’erano altre persone e istituzioni deputate a farlo». Malgrado questo, malgrado «le terribili verità che stanno mano a mano affiorando sulla morte di mio marito», malgrado «alcuni momenti di sconforto” dovuti “alla lettura in ospedale delle notizie che si susseguono sui giornali», scrive, Agnese si dice orgogliosa dei figli perché servono lo Stato, quello stesso Stato in cui credeva il marito.
Manfredi ha reso omaggio a suo padre come è stile di famiglia: lavorando sodo. E raccogliendo i frutti di un’inchiesta che ha portato a dieci arresti tra i paesi delle Madonie. La sorella Lucia è rimasta al timone del dipartimento Salute dell’assessorato regionale alla Sanità. L’altra sorella, Fiammetta, appartata nella sua casetta di contrada Kamma a Pantelleria – l’isola che il giudice adorava – ieri ha fatto celebrare una messa in ricordo del padre. Una messa di campagna, con il parroco del paese, i contadini, pochi amici.
Tutti, come sempre, uniti come una falange. Tutti con nomi scelti dal padre sulla base delle sue passioni letterarie: la Fiammetta di Boccaccio; la Lucia manzoniana; Manfredi, ultimo re di Sicilia.
Tutti e tre desiderosi di un profilo basso, di una testimonianza discreta. Lontani dai clamori, perché «non ci sentiamo persone speciali, non lo saremo mai». Anche ieri, mentre Palermo e tutto il Paese si dilaniava tra accuse e polemiche, tutti testardamente fiduciosi nel futuro. «Io non perdo la speranza in una società più giusta e onesta – dice Agnese ai giovani – sono anzi convinta che sarete capaci di rinnovare l’attuale classe dirigente e costruire una nuova Italia».
* La Stampa, 20/07/2012

• > GIOVANNI FALCONE, PAOLO BORSELLINO, ANTONINO CAPONNETTO. —- Giovanni Falcone vent’anni dopo. Lotta alla mafia e tranelli dello Stato (di Gian Carlo caselli)
21 maggio 2012, di Federico La Sala
Giovanni Falcone vent’anni dopo. Lotta alla mafia e tranelli dello Stato
di Gian Carlo Caselli (Corriere della Sera, 21.05.2012)
Caro direttore,
le ombre cupe che in vita si addensarono sulla testa di Giovanni Falcone, a causa dell’incisività della sua azione antimafia, sono storia. Spesso dimenticata ma storia. Ricordarla significa illuminare di luce vivida la straordinaria figura di un magistrato che per senso del dovere seppe perseverare con tenacia, nonostante fosse consapevole di rischiare la vita.
Ancora a metà degli anni Settanta c’era chi osava scrivere: «La mafia ha sempre rispettato la magistratura, si è inchinata alle sue sentenze e non ha ostacolato l’opera del giudice. Nella persecuzione ai banditi e ai fuorilegge ha affiancato addirittura le forze dell’ordine». E non erano parole di uno sprovveduto qualunque, ma di un alto magistrato della Cassazione, Giuseppe Guido Lo Schiavo. È evidente che «ragionando» così era sempre la mafia a vincere.
Falcone la pensava diversamente e con gli altri magistrati del pool dell’Ufficio istruzione di Palermo, diretto da Nino Caponnetto, elaborò un metodo di lavoro imperniato su specializzazione e centralizzazione: il cemento armato di un capolavoro investigativo-giudiziario, il «maxiprocesso» del 1986. Per la prima volta nella storia d’Italia vengono portati alla sbarra – con prove sicure – mafiosi siciliani di primaria grandezza criminale che fino ad allora avevano potuto godere di una sostanziale impunità. La fine del mito dell’invulnerabilità di Cosa nostra: 475 imputati per associazione mafiosa, 120 omicidi e innumerevoli altri reati; 360 condanne per un totale di 2.665 anni di carcere e diciannove ergastoli comminati ad alcuni tra i boss più influenti di Cosa nostra.
Un’esperienza vincente del genere qualsiasi Paese l’avrebbe difesa con le unghie e con i denti. L’Italia invece no. Vergognoso ma vero, Falcone e il pool furono letteralmente spazzati via, professionalmente parlando, a colpi di calunnie ossessivamente ripetute: professionisti dell’antimafia; impiego spregiudicato dei «pentiti»; uso politico della giustizia. Guarda caso la tempesta si scatenò quando il pool cominciò a occuparsi – oltre che di mafiosi di strada – dell’ex sindaco di Palermo Ciancimino, dei cugini Salvo e dei cosiddetti Cavalieri del lavoro di Catania. Insomma di quella «zona grigia» che è la spina dorsale del potere mafioso, perché assicura coperture e complicità a opera di pezzi della politica, dell’economia e delle istituzioni. Sul banco degli imputati finì Falcone: osannato da morto, umiliato da vivo.
Un ruolo centrale, in questo quadro, ha avuto il Csm (Consiglio superiore della magistratura) quando anch’io ne facevo parte (1986-90). Nel 1987 Caponnetto decise di lasciare l’Ufficio istruzione di Palermo nella certezza che il suo successore naturale sarebbe stato Falcone.
Non fu così. Alla candidatura di Falcone si contrappose Antonino Meli, magistrato di ben maggiore anzianità che di mafia però non si era mai occupato. E il Csm (ribaltando l’orientamento adottato qualche mese prima per la nomina di Borsellino a Procuratore di Marsala) scelse non il più bravo nell’antimafia, ma il più anziano, anche se digiuno di processi di mafia. Meli – si badi – aveva presentato anche domanda per la presidenza del Tribunale. Qualcuno però lo convinse a ritirarla per puntare tutto sul posto di capo dell’Ufficio istruzione, una sezione del Tribunale. Ora, il rapporto tra i due ruoli è lo stesso che può esserci tra la direzione di un grande quotidiano e la rubrica della posta del cuore su un foglietto parrocchiale. Non tanto perché l’Ufficio istruzione non fosse un posto importante, semplicemente perché si era alla vigilia dell’entrata in vigore del nuovo codice di procedura penale (1989) che quell’ufficio avrebbe soppresso.
La bagarre, dunque, non era tanto su chi dovesse succedere a Caponnetto. Anche, ma non solo. Un obiettivo di fatto era anche lo smantellamento del metodo di lavoro del pool, che aveva portato alla clamorosa vittoria del maxiprocesso e che difatti Meli (coerente col programma preannunziato allo stesso Csm) smonterà pezzo per pezzo. Invece di continuare lungo la strada della vittoria, lo Stato si ferma. Circondata la fortezza, si ritira rinunciando a espugnarla. Mentre sul Palazzo di giustizia di Palermo volano corvi che spandono veleni di ogni sorta su Falcone, calunniato per nefandezze varie. Ovviamente inesistenti. E fu allora (parole di Borsellino) che Falcone cominciò a morire.
Nel 1989 Falcone, soppresso l’Ufficio istruzione, concorre al posto di Procuratore aggiunto (una sorta di vicecapo) a Palermo. Questa volta ce la fa, ma sembra quasi una gentile concessione, mentre qualcuno dei suoi soliti nemici non esita a insinuare la calunnia che il fallito attentato dell’Addaura (una borsa imbottita di 58 candelotti di tritolo ritrovata il 21 giugno 1989 nei pressi della sua abitazione) se lo fosse organizzato da sé… per farsi pubblicità.
In Procura Falcone non lo fanno letteralmente lavorare. Il capo lo ignora, lo umilia con ore e ore di anticamera. Falcone capisce che se vuole continuare a fare antimafia deve «emigrare» dalla Sicilia. Trova una specie di asilo politico-giudiziario a Roma, ministero della Giustizia, dove crea quei caposaldi della lotta alla mafia (in particolare Procura nazionale e Dia) che ancora oggi funzionano molto bene.
Il seguito della «storia» è tragicamente noto: sono le stragi di Capaci e via d’Amelio, le vite di Falcone e Borsellino, insieme a quelle degli uomini e delle donne che erano con loro il 23 maggio e il 19 luglio 1992, spezzate dalla feroce vendetta mafiosa. Comincia a farsi strada in me l’idea di andare a lavorare a Palermo. E quando deciderò di farlo davvero avrà un forte peso (lo dico senza alcuna retorica) il ricordo di quel che i due amici magistrati avevano dovuto patire in vita. Un ricordo intrecciato con il rimpianto di non essere riuscito – pur avendo sempre votato a loro favore – a convincere la maggioranza del Csm delle loro buone ragioni. Che poi erano quelle della lotta alla mafia nell’interesse della democrazia.
* Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Torino