Il boato è tremendo, lo spostamento d’aria mi manda lungo disteso fino alla porta di ingresso della saletta dell’ammezzato che dà sul corridoio opposto a quello della Direzione. Avverto solo che d’improvviso è tutto buio. Dopo il boato solo silenzio.

Mi rialzo a fatica, sento dolori dappertutto. I colleghi attorno a me hanno il volto insanguinato dalle schegge della vetrata andata in frantumi.
Imbocco la breve rampa di scale, diretto verso il pian terreno. Molti corrono verso l’uscita e tanti sono feriti.
C’è tanto sangue ovunque.

Devo assolutamente parlare con Rosetta, mia moglie.
Trovo, miracolosamente la linea esterna libera, riesco a mettermi in contatto con lei “Qui in banca è scoppiato qualcosa… sto bene – cerco di parlare con il tono più calmo di cui sono capace – qualsiasi cosa sentirai nelle prossime ore, non ti preoccupare”.
Mi accorgo che sono riuscito solo a metterla in agitazione; a fatica la convinco a riattaccare.

L’odore dolciastro di mandorle amare della polvere mi stordisce. In un attimo la mia memoria va alla guerra, alle bombe, alla dinamite.

 “Dio mio, è stata una bomba; è scoppiata una bomba”

Mi dico he non è possibile, che adesso mi trovo a due passi dal Duomo, in una banca e che la guerra è finita da un pezzo.

I colleghi che corrono verso l’uscita continuano a ripetermi “Devi uscire, vieni fuori in piazza: qui è pericoloso!” ma qualcosa mi attira verso l’emiciclo, mi avvio verso il salone.

Qualcuno si aggrappa ai miei pantaloni. Mi sembra di riconoscerlo, è ferito e cerca di trascinarsi verso l’uscita.

“Mi aiuti la prego…” si aggrappa alla mia giacca con una mano insanguinata. Mi chino su di lui, l’uomo ha una gamba tranciata di netto, perde molto sangue, sto per vomitare. Vorrei aiutarlo ma non so cosa fare.

Tutto diventa confuso, non ricordo più niente, forse per l’orrore ho rimosso tutto

Non so quanto tempo è passato ora un uomo con un camice bianco mi prende per un braccio e mi aiuta a rialzarmi.

“Lasci fare a noi, vada fuori ci sono altri infermieri…”.

Non sento le sue ultime parole, anziché uscire, mi dirigo barcollante verso il salone.

Lo scenario che si apre davanti a me è terribile.

L’orologio, sulla parete di fondo segna le 16,37: rimarrà così per anni.

Quello che vedo è spaventoso, un fotogramma che resterà stampato nella mia memoria per sempre. Tra il fumo acre e i gemiti dei feriti qualcuno si muove barcollando tra pezzi di suppellettili, vetri, cambiali, tabulati, banconote, una sedia miracolosamente intatta, il buco dove c’era l’ordigno e.. corpi maciullati, troncati di netto, un mattattoio.

Le grandi vetrate, che dividono gli uffici dei piani superiori dalla cupola a volta, si sono volatilizzate; l’esplosione ha triturato oltre al pesante tavolo ottagonale con le borchie in ferro, il bancone, gli armadi, le macchine calcolatrici e quelle per scrivere, i box di cassa, le cassette metalliche contenenti le banconote. Ogni cosa è stata scaraventata in tutte le direzioni trasformandole in proiettili mortali o in schegge che hanno ferito persone, sfondato pareti, bruciato documenti.

Nella penombra mi sembra di scorgere un sacerdote che benedice un fagotto informe e un uomo in divisa che esce di corsa. Un cassiere grida qualcosa che non afferro. Mi chiameranno più tardi per convincerlo ad allontanarsi.

“Non toccate niente – continua a ripetere sotto shock – devo quadrare!” Valentino Bedetti ha un idrante in mano e cerca di spegnere un principio di incendio. Giulio Stifano ha preso un rotolo di grandi fogli per tabulati e copre pietosamente i corpi più martoriati.

Due mesi dopo si presenta allo sportello un cliente; ha con sè un pacchetto, si appoggia ad un paio di stampelle, é senza la gamba destra .

“E’ per lei!” – mi dice salutandomi – “Lo apra”, mi incoraggia.

 “Questa è la mia cinghia; come fa ad averla lei? è un ricordo di mio nonno”

“Non ricorda? Mi bloccò l’emorragia il giorno dello scoppio della bomba”.

“No, non ricordo. Forse si sbaglia: non sono capace di fare una cosa simile.”“In effetti era un po’ inesperto e tremava, ma l’ho guidata io, e prima che arrivassero i primi soccorritori, ha fatto un buon lavoro: la ringrazio ancora”.

Ancora oggi sono convinto di non essere stato io.