Manlio Milani

 

Manlio Milani

L’uomo, il volto, il simbolo della strage di Piazza della Loggia a Brescia del 28 Maggio 1974.

 

SCHEDA BIOGRAFICA

Nasce a Brescia il 3.11.1938. I genitori sono di origine popolare. Un’infanzia vissuta nella precarietà della guerra e in una condizione economica, in quegli anni, difficilissima. Inizia a lavorare subito dopo aver terminato la quinta elementare. Acquisirà la licenza media inferiore nel 1978 partecipando ai corsi delle 150 ore. Diventato dipendente dell’azienda Municipale di Brescia (ora A2A), nel 1959 s’iscrive al PCI. Ne diventa militante e rappresentante della CGIL nel luogo di lavoro. Con altri partecipa, nella sede del PCI, Giuseppe Gheda, all’attività del Gruppo Culturale Antonio Banfi (ed è qui che formerà il suo rapporto con Livia e i coniugi Trebeschi che moriranno il 28 Maggio 1974, in Piazza Loggia). Il contatto con gli intellettuali del Banfi lo portano ad ampliare la sua cultura formale “essenzialmente”, in precedenza, legata all’esperienza. Collabora anche con il Circolo del Cinema. Sposa Livia nel febbraio del 1965.

Dopo la strage di Piazza Loggia prioritario diventa il lavoro di ricerca delle ragioni della strage di Piazza Loggia e l’azione di mantenimento e di elaborazione della memoria. Presidente del’Associazione familiari dei caduti di Piazza Loggia, partecipa alla fondazione dell’Unione familiari vittime stragi, mentre con Comune e Provincia di Brescia fonda, nel 2000, la Casa della Memoria, centro di documentazione sulla strage bresciana e la violenza terroristica, neofascista in particolare.

Un impegno che dal 1997, in seguito a pensionamento, sviluppa a tempo pieno avendo la scuola come punto di riferimento privilegiato. Per lui la memoria, che si distingue dal ricordo, (l’accadimento) è processo elaborativo della propria esperienza e conoscenza della ragione di ciò che li ha prodotti. Solo così, quei morti, diventeranno linfa vitale per sé e per la società.

Nell’ottica della giustizia riparativa, partecipa, con altri familiari di vittime del terrorismo, a un gruppo di dialogo con ex appartenenti alla lotta armata. Dialogo basato sul prioritario riconoscimento delle proprie responsabilità e che rende possibile ricostruire relazioni che la violenza aveva interrotto. Il libro dell’Incontro racconta tale esperienza. Infine le carceri sono un altro luogo in cui sviluppare questo percorso.

Nel 1994 il Presidente della Repubblica Luigi Scalfaro gli conferisce il titolo di Commendatore. Nel 2013 il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano gli assegna l’onorificenza di Grand’Ufficiale. Nel 2014 riceve il Grosso d’Oro dalla città di Brescia. Nel 2016 l’Ateneo di Brescia gli consegna il Premio alla brescianità.

Si è risposato e ha due figli.

Manlio Milani: “Mi sono battuto per 43 anni convivendo con il dolore, ora la mia vita ha un senso”

All’uomo la bomba uccise la moglie. E ai condannati oggi dice: “Se vorranno dialogare, la mia porta è aperta”

22 giugno 2017

Manlio Milani (ansa)

MILANO. “Dieci minuti fa ero in piazza della Loggia. Ci siamo ritrovati là, come d’accordo, dopo la sentenza. Eravamo di fronte alla stele che ricorda la strage e per la prima volta mi è apparsa diversa. Ho guardato i nomi e – dice Manlio Milani – mi sono sentito più sereno”. Milani è la “voce” delle vittime della bomba del 28 maggio 1974, in cui perse la moglie. Una voce pacata, a volte sorprendentemente gentile, ma sempre ferrea: “Le immagini terribili restano nella memoria, non posso dimenticare quella mattina. Dopo lo scoppio cercavo mia moglie, poi l’ho trovata, e sollevata. Ho capito in un attimo che cos’è la violenza”.

Lei allora aveva 36 anni.
“E ne sono passati 43, e questo dolore mi tornava addosso, acuto, nei momenti più negativi. In altri, invece, andava meglio, quando mi rendevo conto che i nostri morti sono vivi dentro la nostra storia, anzi hanno dato senso alla storia successiva. È per questo che credo sia possibile la gioiosità del ricordo di ciò che sono stato, e di ciò che sono oggi”.

Questa riacquistata serenità è l’effetto della sentenza?
“Della verità. L’effetto della verità, anche se parziale, emersa grazie al lavoro onesto di tante persone. È questo che, ne sono convinto, fa sì che i nostri morti possano finalmente riposare. La strage è diversa dagli omicidi politici, in cui uccidi per esempio il giornalista Walter Tobagi, con nome e cognome. La strage no, annulla le persone. Dici Brescia, otto morti. Bologna, ottantacinque. Numeri. Scompaiono i nomi, l’identità, invece è come se i morti tornassero a dirci chi sono. Sono i testimoni. Sono tornati, almeno un po’, alla vita”.

Brescia però non è mai stata divisa nel ricordo…
“Non scorderò mai il pomeriggio del 28 maggio, quando dall’obitorio, dov’era mia moglie, tornai in piazza della Loggia. E mi dissero: “Ricordati, Manlio, tu sei stato più sfortunato, ma anche noi siamo stati colpiti, è un lutto per tutti”. Certo, c’era anche chi sosteneva che quei morti erano solo di una parte di Brescia, quella che protestava contro il “regime democristiano””.

E come mai è poi cambiata quest’idea?
“Perché la strage ha cambiato tutta la città, infatti negli anni di piombo il terrorismo di sinistra qui non ha attecchito. Aleggiava la domanda: “che cosa ci propone la violenza, che vuole dirci?”. Non doveva scorrere altro sangue, ne era scorso troppo, ed era il nostro”.

Vuole vedere in carcere i due condannati all’ergastolo?
“Carlo Maria Maggi, malato com’è, no, sarebbe un delitto, ne sono profondamente convinto, sarebbe disumano e vendicativo. Se riterrà opportuno aprire un dialogo, trova una porta aperta”.

Tramonte invece è stato preso a Fatima.
“Ha 65 anni, la porta aperta vale anche per lui, ma dopo il riconoscimento della responsabilità, che sinora ha negato”.

Lei forse cerca l’impossibile, come quando è andato sino in Giappone a cercare uno come Delfo Zorzi, altro fascista incrollabile. Ma che sperava di ottenere?
“Veramente andai da lui su incarico dei familiari della strage di Piazza Fontana, che non se la sentivano, e disse che non voleva venire in Italia per sfiducia nelle toghe rosse. Gli spiegai che si poteva trovare un sistema legale per rendere un interrogatorio senza essere arrestato, ma non s’è fatto vedere, poi quando è stato assolto mi ha mandato i saluti. Eh no, non è accettabile, non hai voluto sottoporti al processo, la porta è chiusa”.

A chi non crede che queste sentenze rispecchiano i fatti, cosa dice?
“Di guardare, tanto per fare un esempio, a Carlo Digilio. Era l’armiere di Ordine nuovo, è stato condannato per la strage di piazza Fontana, per aver visionato l’esplosivo, ma la condanna è andata in prescrizione. Ed è il costruttore dell’ordigno di piazza della Loggia. Faceva parte dello stesso gruppo operativo, protetto dagli stessi uomini delle istituzioni che hanno impedito che si giungesse alla verità. Allora. Ma oggi, chissà, io ci spero sempre”.

Quando, in Cassazione, ha ascoltato la conferma degli ergastoli, che cos’ha fatto?
“Ero tra i due avvocati, Andrea Ricci, che ha cominciato da procuratore, e Renzo Nardin, e ci siamo tenuti per mano, stretti, pensando al lungo percorso che abbiamo fatto insieme. È un’amicizia quarantennale.

Mi si è svuotata la testa e m’è venuta voglia di dire grazie alle persone a me care, come la mia attuale moglie. Chi vive accanto a chi sceglie di testimoniare non ha periodi sempre facili, ma il sostegno è un grande valore, permette di ricostruire le vite”.